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	<title>Ideodromo - CasaPound Italia</title>
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		<title>E se il Campidoglio divenisse un bivacco di manipoli?</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 10:27:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Occidentale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[da &#8220;Occidentale&#8221; di marzo 2012 Sono bastati pochi manifesti in giro per la città e nelle stanze del potere romano è già sceso un gelo sordo e pregno di paura. Perché a un movimento realmente libero, fuori dagli schemi, lontano dal mercato politico in cui tutti hanno un prezzo e nessuno un valore – a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>da &#8220;Occidentale&#8221; di marzo 2012</p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Sono bastati pochi manifesti in giro per la città e nelle stanze del potere romano è già sceso un gelo sordo e pregno di paura. Perché a un movimento realmente libero, fuori dagli schemi, lontano dal mercato politico in cui tutti hanno un prezzo e nessuno un valore – a tutto questo loro non sono abituati. Dove per “loro” si intende  l&#8217;establishment politico e clientelare che vegeta all&#8217;ombra di Alemanno e Zingaretti, i due candidati di Pdl e Pd alla poltrona del Campidoglio per le elezioni comunali del 2013. La discesa in campo di CasaPound, tuttavia, non era prevista. E promette di scompaginare le carte in tavola. Ne parliamo con Simone Di Stefano, vicepresidente di Cpi.<span id="more-1103"></span></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Allora, Simone, puoi dirci come è maturata la decisione di candidare Cpi alle elezioni comunali di Roma?</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">È una decisione che è maturata parallelamente alla maturazione del movimento stesso. Siamo partiti dal Cutty Sark e siamo diventati un movimento nazionale e in questo percorso siamo cresciuti tutti assieme. A un certo punto ci è sembrato naturale confrontarci con il consenso popolare.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Credo che anche il contesto generale e il particolare momento del movimento abbia influito, no?</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La decisione, in realtà, fu presa dopo l&#8217;estate, gli ultimi avvenimenti ne hanno solo accelerato la divulgazione. Il punto è mostrare che non siamo una setta oscura che trama per sovvertire l&#8217;ordine democratico, noi agiamo alla luce del sole. Anche se, sia chiaro, non ci candidiamo per giustificarci con qualcuno, questo no&#8230;</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Il primo passo sono stati i famosi manifesti con le frasi ostili contro Cpi firmate Polverini, Alemanno e Zingaretti. Tu sei l&#8217;ideatore di questa campagna, ti ritieni soddisfatto?</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il primo lancio o teaser, per usare un termine del gergo pubblicitario, ha riscosso l&#8217;attenzione dei media, quindi è andato bene. Inoltre la campagna ha suscitato l&#8217;attenzione anche degli esperti di marketing e comunicazione, questo vorrà pur dir qualcosa&#8230;</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>I manifesti si compongono di due elementi. Cominciamo dalle frasi dei politici contro Cpi. Che volevi dire mettendole nei manifesti?</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Volevamo sottolineare la distanza di Cpi sia dal Pd che dal Pdl e far capire a chi è insoddisfatto di questa politica che se entrambi i partiti ci attaccano, forse un po&#8217; di ragione ce l&#8217;abbiamo. E poi, ovviamente, volevamo sottolineare l&#8217;intolleranza fatta di cliché che unisce i due schieramenti contro di noi.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>L&#8217;altro elemento è lo slogan “Se non ci ami, da oggi puoi non votarci&#8221;. Perché ribadire questo concetto ovvio?</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Si trattava di spostare il dibattito sul piano del confronto politico, cosa che i nostri avversari, di fatto, non sanno e non vogliono fare.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Sai che già circola una voce: “Cpi si schiera contro Alemanno, ma sono d&#8217;accordo: in questo modo loro recuperano un&#8217;immagine da duri e puri e lui si rifà una verginità democratica. Poi alla fine si metteranno d&#8217;accordo&#8230;”. Che rispondiamo?</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Che non ci metteremo d&#8217;accordo. Tutti sanno che CasaPound votò per Alemanno, alle ultime elezioni, ma dopo anni abbiamo maturato la convinzione che questa sia stata una avventura fallimentare. Dal punto di vista politico denunciamo l&#8217;assoluta mancanza di una politica contro l&#8217;emergenza abitativa. Dal punto di vista umano il distacco è totale e immenso. Se poi la nostra candidatura gli fa comodo, pazienza. Se è per questo fa comodo anche alla sinistra, dato che toglierà voti a destra&#8230;</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Possiamo tracciare un bilancio sereno e complessivo dei rapporti tra Cpi e Alemanno?</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Con lui abbiamo avuto più sgomberi che con Veltroni. Questo la dice tutta.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Sotto Alemanno Cpi ha aperto Stazione Nord ad Area 19, per molti quello è stato il simbolo di una certa contiguità&#8230;</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Stazione Nord è stato un locale commerciale ricavato in un posto occupato. A Roma non è una novità, ce ne sono tanti che vengono da occupazioni di sinistra. E comunque i vigili sono venuti regolarmente a fare i controlli, non è che ci abbiano ignorato&#8230;</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Comunque alcune persone della giunta, come Gramazio o Cassone, hanno offerto spesso solidarietà&#8230;</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nel Pdl non esiste la pregiudiziale antifascista, questo certo semplifica il dialogo. Ma alla fine non c&#8217;è stato un vero aiuto concreto, c&#8217;è stata la solidarietà in caso di attacchi antifascisti, che è cosa che va al di là delle appartenenze politiche. Ma lo faremmo anche noi con il Pdl se subisse attacchi antifascisti, questo non dice nulla sulla nostra linea politica.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Su &#8220;Max&#8221; ho letto che Cpi ha fatto un&#8217;azione in Campidoglio dietro la scritta “Berlusconi premier”. Ma è vero?</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">No, si sono confusi. Quando manifestammo al Comune per la storia dell&#8217;occupazione di Val D&#8217;Ala ci incrociammo con Ugo Cassone che stava facendo un&#8217;altra protesta lo stesso giorno, con il suo gruppo militante. L&#8217;equivoco nasce da lì.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Cpi ha una spiccata tendenza comunitaria e movimentista. Non temi che partecipare alle elezioni porti di per sé una “corruzione dell&#8217;anima”, una burocratizzazione che può essere fatale per una realtà tanto dinamica?</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">No. Noi dobbiamo essere in grado di fare di tutto, per raggiungere il nostro obiettivo. Del resto in un modo o nell&#8217;altro, Cpi ha sempre affrontato il momento elettorale, almeno a partire dalla candidatura di Gerri alle regionali con Storace. Niente corrompe l&#8217;anima se c&#8217;è centralità dottrinaria ed esistenziale.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Ma oggi cosa distingue Cpi da un partito?</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Legalmente, Cpi è una associazione di promozione sociale. Fatte salve le procedure statutarie per designare l&#8217;organigramma, che vengono rispettate, è evidente che Cpi non ha congressi, non ha mozioni, non ha correnti, non ha signori delle tessere. Rimane un corpo unico.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Possiamo anticipare qualcosa sul programma per Roma?</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Sicuramente proporremo la costruzione di tre o quattro quartieri di edilizia residenziale pubblica costruiti sottraendoli ai soliti palazzinari. Al momento opportuno diremo anche dove e come costruirli, non resteremo certo sul vago. Probabilmente si dovrà seguire la direttrice che punta verso il mare, come già intuito da Mussolini.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Ho sentito parlare di una moneta locale&#8230;</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Certo. Esperimenti simili sono stati fatti con successo in Sardegna e Sicilia. Si tratta di una moneta di scambio per le aziende che si andrà ad affiancare all&#8217;euro. È un&#8217;idea un po&#8217; archeofuturista, perché unisce una sorta di “baratto” con le nuove tecnologie. Noi crediamo possa essere fondamentale per l&#8217;economia locale. E poi intervenire sulla moneta è un&#8217;idea poundiana, no?</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Capitolo Chinatown&#8230;</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Partiamo da un dato di fatto: una Chinatown esiste in tutte le capitali europee. Anche a Roma esiste, solo che è più brutta. Noi vogliamo dare un senso, una forma e delle regole a tutto ciò. Tornare indietro sarebbe antistorico, tanto vale creare qualcosa di bello e funzionale.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>In conclusione: obiettivo minimo di CasaPound alle elezioni?</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: ArialMT,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Vincere.</span></span></span></p>
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		<title>Alemanno, le Parti Démocratique et &#8220;La Torre&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 10:16:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Antonini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Légion étrangère]]></category>

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		<description><![CDATA[Après avoir vendu Rome aux promoteurs, après avoir garanti l’impunité à leurs amis des centres sociaux, le PD s’attaque maintenant, non pas seulement au maire, ce qui serait compréhensible en tant qu’opposition officielle, mais à CasaPound Italia. La source de la querelle ? Une ligne comptable dans le bilan de la ville concernant un édifice situé [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Après avoir vendu Rome aux promoteurs, après avoir garanti l’impunité à  leurs amis des centres sociaux, le PD s’attaque maintenant, non pas  seulement au maire, ce qui serait compréhensible en tant qu’opposition  officielle, mais à CasaPound Italia.<br />
La source de la querelle ? Une  ligne comptable dans le bilan de la ville concernant un édifice situé au  8 de la Via Napoleone III, « La Torre », plus connu sous le nom de  CasaPound. 11,8 millions d’Euro, c’est le chiffre de toute la polémique.  Pourtant, il ne s’agit pas de la valeur de l’achat du bâtiment par la  ville mais simplement de la valeur comptable du bâtiment. Il n’y a pas  eu de transfert de fond entre les deux administrations car il n’a pas eu  d’achat mais un transfert de gestion du dossier.<span id="more-1100"></span><br />
Remontons un peu  dans le temps pour mieux comprendre la situation. En 2007, le maire  Veltroni (de gauche) décide de reconnaître certaines occupations à but  d’habitation (OSA). 33 occupations furent sélectionnées sur des  centaines. Le critère de choix fut la durée de l’occupation, la  constance et la situation politique et la difficulté à procéder à une  expulsion.<br />
Au total, après délibération de la ville, 1409 logements  furent reconnus nécessaires. La gestion de la plupart de ces logements  fut confiée à un groupe politique nommé Action en d’autres mots à un  mouvement d’extrême gauche, la ville déléguant ainsi la gestion de  l’urgence au logement à d’autres. Sur 1409 logements, seulement 17  correspondent au relogement éventuel des habitants de CasaPound.<br />
Il  semble donc étrange que le PD trouve injuste la situation de CasaPound  quand elle ne représente qu’une infime part des occupations  « officialisées ». Allons plus loin dans l’analyse. En mars 2012, 86  familles logées dans le centre social de via Cesare de Lollis géré par  Action se sont vu attribuées, ce qui est une bonne chose, des logements  dans de nouveaux immeubles. On n’a pas entendu le PD se lamenter des  coûts engendrés à cette occasion.  La même situation est en train de se  produire pour l’occupation de la Via Carlo Felice avec le relogement de  61 familles.<br />
En conclusion, le maire Alemano n’a pas acheté  CasaPound, la ville a dû l’inscrire dans son bilan comptable afin de se  conformer à une délibération qui eut lieu en 2007. Ni la ville et encore  moins les contibuables romains n’ont fait ce cadeau de 11,8 millions  d’Euro à CasaPound. Le futur de l’occupation de la via Napoleone III  demeure encore incertain et, toujours selon la décision de 2007, peut  être soumis à l’expulsion en échange de ces 17 logements.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>http://zentropa.info/</p>
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		<title>L&#8217;Europa fra albe e tramonti</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 13:56:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Scianca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Giorni di cambiamenti, speranze, campagne d&#8217;odio e delusioni in un&#8217;Europa ancora e sempre spazzata dal vento forte di una crisi alla quale nessuno continua a saper far fronte. Vediamo allora di orientarci negli scossoni che hanno attraversato Atene e Parigi. &#160; 1. In Francia finisce l&#8217;era Sarkozy. Come uno uomo di tale mediocrità e arroganza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giorni di cambiamenti, speranze, campagne d&#8217;odio e delusioni in un&#8217;Europa ancora e sempre spazzata dal vento forte di una crisi alla quale nessuno continua a saper far fronte. Vediamo allora di orientarci negli scossoni che hanno attraversato Atene e Parigi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1. In Francia finisce l&#8217;era Sarkozy. Come uno uomo di tale mediocrità e arroganza abbia potuto segnare un&#8217;epoca in una nazione dal così forte pedigree sovranista resta un mistero. Nicolas Sarkozy resterà agli annali come uno dei presidenti francesi più “americani”, colui che ha mandato in soffitta l&#8217;asse Parigi-Berlino-Mosca che tante speranze aveva suscitato qualche anno fa, per sostituirlo con uno squallido direttorio mercantile franco-tedesco, l&#8217;ibrido antiestetico “Merkozy”. Di lui ricorderemo la relazione con un&#8217;ex modella botulinica, sfortunatamente di passaporto italiano, il fatto di averci riso in faccia in mondovisione, l&#8217;aver fatto ritoccare con photoshop le proprie “maniglie dell&#8217;amore” su alcune riviste che pubblicavano foto delle sue vacanze, una conferenza stampa tenuta probabilmente da sbronzo, l&#8217;aggressione proditoria alla Libia con tanto di zizzania creata ad arte fomentando sedicenti “ribelli” ben finanziati e istruiti, la scalata riuscita a gran parte del patrimonio industriale italiano nell&#8217;indifferenza e/o complicità del passato governo italiota e l&#8217;ostinazione suicida con cui ha perseguito la politica dell&#8217;arco costituzionale anti-Le Pen. Questa destra prepotente e impreparata merita di andare a casa senza rimpianti. E non solo a Parigi.<span id="more-1094"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. La sinistra, in compenso, si consola con la vittoria di François Hollande, fisicamente una curiosa via di mezzo tra Gianni Fantoni e Michele Mirabella, cresciuto all’ombra di Mitterand, poi a quella di Jospin, infine persino a quella di Ségolène Royal, sua ex compagna e per lo spazio di un mattino presunto volto vincente della sinistra francese. Non vincerà mai, ovviamente. Un eterno secondo fino a ieri sbeffeggiato dai suoi stessi compagni di partito, vincente per caso a causa del disastro dell&#8217;avversario. Eppure in Italia già idolatrano questo Fantozzi come il nuovo liberatore del continente, dato che qua e là ha sbiascicato qualche proposta dalla coloritura un po&#8217; più sociale di quelle del Pd (non che ci volesse molto, peraltro). In realtà, quel che è più interessante non è sapere cosa farà Hollande ma piuttosto cosa si muoverà attorno a lui: dagli equilibri continentali al revanscismo banlieusard che ha già accompagnato i festeggiamenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. Questione Marine: il risultato ottenuto dalla rampolla di Jean Marie Le Pen fa sinceramente piacere ed è realistico dire che se fossimo stati in Francia avremmo comunque votato Front National, almeno in assenza di proposte avanguardistiche alternative di cui, francamente, non abbiamo avuto notizia. Il risultato del Fn fa oggettivamente piacere e regala un sorriso. Un sereno, lucido sorriso, che non spera e non dispera. E qui subentrano le due letture contrapposte di chi guarda la realtà con le lenti dell&#8217;ideologia. Da una parte ci sono gli entusiasti, quelli che “beati i francesi, i greci, gli ungheresi”, quelli che credono dai vari partiti populisti che sbancano le urne arriverà la rivoluzione, il riscatto dei popoli, l&#8217;assalto al sistema. Dall&#8217;altra ci sono i duropuristi nazionalrivoluzionari per cui tutto è sempre troppo moderato, tutto è sempre “strumento del sionismo”, tutti sono corrotti e traditori. Tranne loro, par di capire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>4. In realtà gli aspetti controversi di Marine Le Pen sono altri. Punto primo: la possibilità di una “normalizzazione” del Fn, sulla scia di poco edificanti precedenti italiani. Marine non è l&#8217;ex parà Jean-Marie, non ne ha la storia, il carisma, il senso della battuta fulminante e politicamente scorretta. La “dédiabolisation” del partito si inerpica su un sentiero minato, perché in mancanza di adeguata centralità può portare alla neutralizzazione. Ma per verificare se questo sia il caso di Marine Le Pen bisogna aspettare e verificare. Anche perché molte delle posizioni contestate alla figlia trovano in realtà precedenti illustri nell&#8217;azione del padre stesso, politico per nulla becero e primitivo come ce lo hanno dipinto. Per il momento valeva la pena rischiare. Punto secondo: che farà Marine per capitalizzare questo straordinario risultato? In cosa si impegnerà da oggi in poi? Quale strategia ha il Front National per radicarsi sul territorio? Esiste un partito lepenista nei 364 giorni in cui non si vota? Esistono sezioni, militanti, una base pronta a lottare e portare avanti le idee del movimento? Ci sono strutture parallele, riviste, circoli, c&#8217;è una politica sociale, culturale, associazionistica in moto? Questo risultato è un epifenomeno effimero o un trampolino per una reale riconquista della Francia? La risposta a tutte queste domande temiamo sia sconfortante. E, certamente, in questo, lo stesso Jean-Marie ha le sue colpe. Il guaio del populismo è questo, purtroppo. Una ragione in più per confermare il percorso diverso che da tempo abbiamo scelto: quello volto a costruire, radicarsi, formarsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>5. Passiamo alla Grecia. Il Paese martoriato dalle oligarchie, messo in ginocchio, stuprato, privato persino della propria dignità (gli aguzzini targati Goldman non solo ti strangolano, ma mentre lo fanno ti giudicano pure) ha risposto bastonando elettoralmente tutti i partiti sostenitori della cosiddetta “austherity”. Sfondano, invece, i partiti antagonisti, di destra e di sinistra. E allora scatta il “pericolo neonazista”. Ora, sulla natura del partito “Alba d&#8217;oro”, sui suoi meriti e i suoi limiti, bisognerebbe spendere un&#8217;analisi a parte. In questa sede ci limitiamo a sottolineare l&#8217;aspetto surreale di una nazione – e che nazione! – messa in ginocchio con un trattamento ai limiti del genocidio, che dovrebbe invece preoccuparsi dei&#8230; “nazisti alla porte”. Del resto, se proprio volessimo buttarla sull&#8217;ordine pubblico, stupisce come nessuno faccia notare che la Grecia è notoriamente la palestra dell&#8217;anarco-insurrezionalismo internazionale, che lì la sinistra estrema pratica già da anni e nel disinteresse generale la guerriglia urbana e la caccia al fascista. E tutto questo rischia ora di deflagrare. Ma il problema sono i fascisti&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>6. In tutto questo, due riflessioni, una di carattere pratico e geopolitico, l&#8217;altra di carattere culturale. La prima: mai come in questi giorni l&#8217;Unione Europea sembra vicina al fallimento. L&#8217;insipienza delle classi dirigenti politiche, la ferocia delle oligarchie e l&#8217;insofferenza dei popoli costituiscono un mix esplosivo. Più di un analista ha paventato un irrigidimento antidemocratico per far fronte alle spinte dal basso. Insomma, l&#8217;Europa delle banche si farà, e se gli europei non la vogliono assaggeranno il bastone. Ovviamente c&#8217;è anche un&#8217;altra possibilità: quello di un cambio di paradigma, di un&#8217;Europa diversa, che scopra e persegua altre strade, verso la reale sovranità, la grande politica e un rispetto maggiore verso le esigenze di tutti i suoi partner e di tutti i suoi popoli millenari. Sognare non costa nulla, ma per sicurezza prepariamoci alla prima eventualità, aspettandoci una ventata repressiva, autoritaria e antipopolare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>7. Seconda riflessione: in questo panorama, appare veramente deprimente e sconfortante la stupidità, l&#8217;ignoranza e l&#8217;autoreferenzialità dei commentatori, soprattutto italiani. Sentire questi bolsi chiosatori, magari inviati in giro per l&#8217;Europa con stipendi stellari, che ripropongono per la 65465468esima volta, con l&#8217;aria di chi la sa lunga, il teorema dell&#8217;estrema destra che vola soffiando sui timori dovuti alla crisi è estenuante. Il Fn, per esempio, veleggia attorno alla doppia cifra da quasi trent&#8217;anni (10,95% alle Europee del 1984), sia pur con qualche tonfo elettorale. Possibile riproporre per trent&#8217;anni la lettura sul “voto di protesta” indotto dalla crisi? E se anche fosse, che razza di sistema è uno che induce a protestare una fetta consistente della popolazione per tre decenni? E poi che male c&#8217;è a protestare? La protesta ha un senso se condotta da alcuni ed è un delitto se condotta da altri? La realtà è che il Fn continua a sfuggire alla maggior parte degli analisti. Figurarsi i movimenti molto, molto diversi da quello lepenista, pure gettati disinvoltamente nel calderone dei populisti xenofobi. Forse questi tromboni dovrebbero smetterla di giudicare i popoli e magari, una volta tanto, affacciarsi alla finestra e guardare, finalmente, cos&#8217;è il mondo reale. Diamo loro un indizio: è quella cosa laggiù in fondo. Quella che sta bruciando.</p>
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		<title>Fronte al deserto, oltre il deserto</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 13:54:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Pucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[E alla fine eccoci: dalla foglia di fico di una impossibile rappresentanza politica siamo passati alla nomina diretta da parte dei poteri forti di chi, dall’alto della sue capacità illuminate, dovrebbe salvare l’Italia dal baratro e dallo spettro di una fine simile alla Grecia. Un Paese a sovranità limitata dal 1943 (ma forse sarebbe il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E alla fine eccoci: dalla foglia di fico di una impossibile rappresentanza politica siamo passati alla nomina diretta da parte dei poteri forti di chi, dall’alto della sue capacità illuminate, dovrebbe salvare l’Italia dal baratro e dallo spettro di una fine simile alla Grecia. Un Paese a sovranità limitata dal 1943 (ma forse sarebbe il caso di rivedere le quote di indipendenza al ribasso e parlare quindi di ‘sovranità negata’) che in 69 anni ha avuto forse un paio di sussulti dal torpore e il cui popolo ha puntualmente prima amato, poi deriso e condannato alla solita, ridicola damnatio memoriae chi aveva provato a farsi carico di questi tentativi, che nei momenti di crisi (è questa la parolina magica invocata da tutti per permettere tutto) si vede sbattuto in faccia in modo ancor più palese quanto ormai non si tratti (non si è mai trattato) di governare una Nazione (tale frase fa, ahime, sorridere) quanto di amministrare per conto terzi una data zona geografica del Sistema- Mondo.<span id="more-1091"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ciampi e Dini come i predecessori dell’attuale incaricato a riportare nell’ovile la pecorella Italia che con il penultimo premier (troppo esibizionista, istrionico, detentore di un potere economico autonomo e alla fin fine troppo velleitariamente eterogeneo rispetto all’idealtipo del Capo di un Governo Occidentale) aveva quantomeno tentato di inserire qualche granello di autonomia nell’ingranaggio della Macchina lanciata verso l’ineluttabile, inevitabile e chi più ne ha più ne metta, futuro totalmente globalizzato e senza più niente da dire. Il governo del professor Monti (c’è qualcosa di arcaicamente insopportabile in quest’espressione inculcata a forza da tutti i media nei cervelli italiani, simile a quella usata da dai genitori analfabeti che spiegano al figlio quanto debba ossequiarsi nei confronti del precettore, severo ma giusto, e che così facendo potrà un giorno affrancarsi dalla sua condizione di partenza) gode del 90% del consenso in parlamento, a riprova che la nostra classe dirigente sarà pure poco intelligente, ma capisce subito quando non si scherza più e bisogna fare a gara a dimostrarsi i più ammaestrati, a fronte di un 20% di consensi nel Paese reale. Ovviamente, come in ogni democrazia che si rispetti, tutto ciò non ha nessuna importanza: urgono misure economiche draconiane, lo dice L’Ue, lo dice la televisione, i giornali, le radio, lo dicono tutti i partiti (chi non lo fa viene colpito da una serie di scandali moral-giudiziari, guarda un po’…), lo dice l’Fmi, lo dice il presidente della Repubblica. Lo dicono tutti, volete che non sia vero? Chi nonostante tutto osa contraddire questa tesi è relegato in un angolo, silenziato quando non direttamente perseguito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo scenario alla 1984 in versione soft, dove tutti dicono le stesse cose, dove ai cittadini viente tolto tutto e dato nulla, dove le buste paghe si alleggeriscono e il lavoro si volatilizza nel deserto sociale, il tutto accompagnato dalla disgustosa arroganza di chi quotidianamente cala la scure sotto forma di decreti leggi e manovre economiche e non vuole essere infastidito dal popolo che evidentemente ancora si ostina a non voler capire, che senso ha interessarsi di politica politicata? Di quella che era definita politica-spettacolo, della stucchevole messinscena dei finti conflitti tra soggetti politici stipendiati dalle medesime mani, delle ‘correnti interne’, delle Fondazioni e dei congressi, delle manifestazioni che servono solo a puntellare accordi già presi. Risposta: nessun senso. L’unica nota positiva dell’era Monti è che forse la nudità del re stavolta aumenterà il numero dei consapevoli: consapevoli che attualmente si tratta solo di amministrare una data zona secondo i dettami del Mercato più spinto ed estremo (Governo) e le altri parti devono solo recitare la parte dei leali sostenitori (Pd, Pdl, Udc) e altre di contestatori (Sindacati, sinistra e destra radicale).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E allora? Allora va preso atto che non c’è nessuna possibilità di sentirsi rappresentato, che delegare significa rinunciare, che non si può in nessun modo convertire una farsa in qualcosa di reale. Una strada però c’è sempre: è quella arida, quella che non dà soddisfazioni immediate, della costruzione quotidiana, quella del noi del qui e dell’adesso. Quella dei territori ri-popolati e ri-caricati di senso, degli spazi autogestiti e autofinanziati, della comunità dove ad ogni funzione corrisponde un volto ed un nome. Bruciare i fantocci e parlare con le persone, quindi. Con tutte, consapevoli di cosa si è e di cosa si vuole, senza timori, senza ridicoli calcoli pseudo politici, senza confidare in aiuti esterni, senza attese messianiche di catastrofi economiche e sollevazioni popolari che non arriveranno. Fare questo sul serio e solo questo significa non fare politica ma essere politica: nello sbando totale, nel conformismo totale, nell’assenza di ogni autorità che non sia stolidamente repressiva e di ogni senso di comunità e di destino, vanno ricreate le premesse perché queste cose tornino ad esistere, senza aspettarsi niente da chi ogni giorno contribisce a negarle. E sarà come strappare centimetro per centimetro al deserto per formare un’oasi che permette la vita.</p>
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		<title>Alemanno, il Partito Democratico e la Torre</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 23:13:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Antonini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri CasaPound]]></category>

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		<description><![CDATA[Questi c’hanno veramente la faccia come il culo. Dopo aver svenduto Roma ai palazzinari, dopo aver garantito ogni genere di prebenda politica agli amici dei centri sociali, dopo aver, a vario titolo, assegnato ogni metro quadro della città, dopo aver lottizzato ogni singolo bando di gara, il PD si sveglia e decide che è giunto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Questi c’hanno veramente la faccia come il culo. Dopo aver svenduto Roma ai palazzinari, dopo aver garantito ogni genere di prebenda politica agli amici dei centri sociali, dopo aver, a vario titolo, assegnato ogni metro quadro della città, dopo aver lottizzato ogni singolo bando di gara, il PD si sveglia e decide che è giunto il momento di mettere all&#8217;indice non tanto il sindaco della capitale &#8211; sarebbe quasi comprensibile se l&#8217;opposizione in Consiglio si comportasse come tale &#8211; quanto piuttosto CasaPound Italia. <span id="more-1088"></span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Per capire meglio: un partito capitanato da chi ha nominato capo della sua segreteria politica tal Penati &#8211; ricordate quello dello scandalo Falk e della Milano-Serravalle? &#8211; urla e sbraita per una singola voce del bilancio del Comune di Roma. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Di cosa si tratta? </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Degli 11,8 milioni di euro, valore del palazzo e non prezzo di acquisto, di via Napoleone III n. 8: la Torre, CasaPound.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Tentiamo di capire in cosa consista questa voce, quale ne sia l&#8217;origine e cosa essa rappresenti nel mare magnum di assegnazioni, compensazioni e concessioni.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nel lontano 2007 il Comune di Roma, all&#8217;epoca guidato dal Sindaco Veltroni, decide di effettuare una ricognizione delle occupazioni a scopo abitativo insistenti sul territorio cittadino. Tra le decine di occupazioni ne vengono individuate 33 che, per durata, consistenza e situazione politica, appaiono difficilmente liquidabili attraverso sgomberi coatti. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Si tratta di complessivi 1.093 alloggi giudicati degni di essere “storicizzati” e pertanto inseriti in una speciale graduatoria. I primi 420 sono individuati &#8220;per provvedimenti esecutivi di rilascio forzoso dell&#8217;alloggio occupato&#8221;. Gli altri 673 sono ascrivibili a &#8220;sgombero di immobili di proprietà pubblica da destinare ad uso pubblico&#8221;. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">A ben vedere la stessa delibera di Giunta contiene numerosi bandi speciali, predisposti dal delegato all&#8217;emergenza abitativa Galloro e dai suoi predecessori, tanto che, tra aventi diritto ed &#8220;inseriti ad hoc&#8221; il numero complessivo di alloggi ERP (edilizia residenziale pubblica) da assegnare ammonta a 10.150.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">La Delibera di Giunta comunale è la 206 del 2007 e si trova tranquillamente sul sito del Comune di Roma.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Da una lettura attenta sarà facile trarre alcune considerazioni: su una necessità dichiarata – i fatti sono sempre altra cosa – di 10.150 alloggi ATER, 230 sono assegnati sulla base di bandi speciali, protocolli di intesa ed ordinanze del Sindaco. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Tutti atti che non hanno nulla a che vedere con le normali graduatorie redatte dalle amministrazioni per assegnare i punteggi ai richiedenti alloggio popolare; si tratta, a ben vedere, di atti con i quali il Comune ha accontentato la controparte politica, quasi sempre identificata in quella famigerata associazione cui, sul finire del mandato, il Sindaco ha persino delegato la gestione degli sportelli per l’emergenza abitativa, quando non addirittura di interi residence: si parla ovviamente di Action.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Su un totale di 1.426 alloggi – la quota “discrezionale” che il Comune gestisce fuori bando – 1.409 sono assegnate alle 33 occupazioni di cui sopra. Ebbene, di queste 1.409, 17 – avete letto bene, diciassette – sono gli alloggi destinati agli occupanti di CasaPound quando il palazzo dovesse nuovamente essere adibito ad uso pubblico.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Approfondendo ulteriormente la lettura della Delibera in questione, con particolare attenzione agli allegati che dettagliano le 33 occupazioni di cui il PD sembra non ricordarsi, scopriamo che tra via Carlo Felice e via Cesare de Lollis – storiche occupazioni  gestite da Action – via della Vasca Navale ex Cinodromo – dove si colloca il centro sociale Acrobax – e via dei Reti – nel quartiere di San Lorenzo –, oltre 170 alloggi toccano, con certezza, agli ex monopolisti dell’emergenza abitativa romana.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Siamo certi che la sproporzione dei numeri non possa sfuggire neppure ai più distratti giornalisti, i quali tuttavia omettono di dettagliare, limitandosi ad una strumentale e pedissequa riproduzione dei comunicati stampa di queste &#8220;facce come il culo&#8221;, il contenuto  della Delibera 206/07. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ragione di lamentarsi esisterebbe nel caso in cui le occupazioni altrui fossero state sgomberate, mentre si provvedeva alla salvaguardia della sola CasaPound. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ed invece scopriamo che nel marzo del 2012 sarebbe stato siglato un protocollo di intesa tra il Dipartimento per le politiche abitative e gli occupanti di via Cesare de Lollis. Tale atto prevede che le 86 famiglie &#8211; avete letto bene, ottantasei &#8211; occupanti possano beneficiare dell&#8217;assegnazione di alloggi popolari di nuova realizzazione in quel di Rocca Cencia; la circostanza, che noi, al contrario dei giustizieri di povera gente del PD, non contestiamo &#8211; si tratta di una occupazione del 2003, stesso anno di nascita di CasaPound &#8211; non sembra poter essere omessa, ma la stampa non ne fa menzione ove si parli del valore del palazzo di via Napoleone III. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ancora. Nella centralissima via Carlo Felice un prestigioso palazzo di proprietà della Banca d&#8217;Italia &#8211; ente di proprietà interamente privata, nonostante il nome &#8211; risulta occupato da 7 anni e censito nella Delibera 206/07. Di sgombero non si parla, ma qualora la proprietà dovesse accelerare le procedure di liberazione dello stabile, le 61 famiglie &#8211; avete letto bene, sessantuno &#8211; occupanti avrebbero diritto ad un alloggio popolare (sempre soldi dei contribuenti, se non vado errato). </span></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Si potrebbe continuare a lungo nell&#8217;analisi di quanto disposto dall&#8217;ex, Veltroni, ma forse quanto detto è sufficiente per formulare una sintesi politica. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Migliaia di occupanti organizzati da Action, Comitato lotta per la casa e affini, si trovano nella posizione giuridica, sancita con atti spesso &#8220;anomali&#8221; rispetto alle normali procedure ed afferenti a giunte di ogni colore politico,  di dover ricevere alloggi popolari nel momento di sgomberi che in molti casi appaiono quantomai lontani (in via Vittorio Amedeo II il palazzo occupato è del comune di Roma). Gli alloggi in questione sono comunque a carico delle casse dell&#8217;erario ed il numero delle famiglie che hanno conquistato tale diritto tramite occupazioni appare a tal punto consistente da far ritenere che il costo complessivo sia di gran lunga superiore al valore del palazzo di via Napoleone III.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Dopo aver restituito un minimo di verità al contesto generale nel quale ci muoviamo, passiamo al &#8220;caso&#8221; CasaPound. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Come dettagliatamente evidenziato, le 17 famiglie che nel lontano 2003 occuparono il palazzo di via Napoleone III, hanno, in caso di sgombero dell&#8217;immobile, diritto ad una esigua quota di alloggi ERP su un totale, ascrivibile alla quota discrezionale in capo al  Comune di Roma, di 1.426.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ma a questo punto il meccanismo dimostra tutta la sua fragilità. A fronte di numeri di tale consistenza, la disponibilità di alloggi ERP è pressoché pari a zero. E non sarebbe potuto essere diversamente, ove si consideri che il piano regolatore varato, dopo 36 anni e quale ultimo atto, dalla giunta Veltroni, non individua un solo metro quadro da destinare all&#8217;edilizia popolare.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Insomma, la Delibera 206/07 rappresenta il presupposto giuridico all&#8217;inserimento di migliaia di occupanti nell&#8217;elenco degli aventi diritto all&#8217;assistenza alloggiativa senza poter fornire alcuna valida soluzione. Condivisibile o meno, non ritengo sia questa la sede opportuna per aprire un seppur interessantissimo dibattito di merito; ciò che invece intendo fare è rimarcare, ancora una volta, che tale provvedimento è stato assunto dalla Giunta capitolina nominata da Veltroni e sostenuta da tutti coloro che oggi gridano allo scandalo.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT">&nbsp;</p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ovvio poi che nel momento in cui Comune e demanio stipulino un protocollo di intesa finalizzato allo scambio di immobili di proprietà dell&#8217;uno ed in uso all&#8217;altro, il secondo faccia notare al primo che lo stabile di via Napoleone III sia, a tutti gli effetti e proprio per quanto sancito da quella delibera, in uso al Comune di Roma.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Proprio in virtù di questa semplice considerazione, l&#8217;amministrazione capitolina non ha potuto esimersi dall&#8217;inserire nella permuta, che certamente ha dimensioni ben maggiori, quel palazzo.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Per capirci: se la permuta di beni fosse avvenuta tra Comune e Banca d&#8217;Italia, il primo non avrebbe potuto evitare di inserire lo stabile di via Carlo Felice nella più vasta operazione. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Con altrettanta evidenza, il passaggio di beni immobili non può avvenire in base al loro numero &#8211; io ti do la caserma dei vigili del fuoco, tu mi dai la sede di un municipio -, ma deve invece perfezionarsi attraverso la valutazione degli immobili oggetto di scambio.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ecco quindi che gli 11,8 milioni di euro iscritti nel piano investimenti del bilancio di Roma capitale per l&#8217;annualità 2011 &#8211; un giorno spiegheremo agli aspiranti amministratori del PD romano che una voce nel piano investimenti resta appostata sino alla realizzazione dell&#8217;investimento &#8211; non comporta un esborso monetario, ma rappresenta semplicemente il valore di un bene in carico al Comune stesso proprio in forza della Delibera 206/07. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Alla luce di quanto detto, valutino i lettori le seguenti dichiarazioni:</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">&#8220;Come può essere credibile un sindaco che chiede 240 mila euro ai sindacati e poi regala oltre 12 milioni di euro pubblici a Casa Pound?&#8221;. Claudio di Berardino, segretario l&#8217;azione della Cgil. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">&#8220;E&#8217; un&#8217;aberrazione, una follia e una provocazione&#8221;, secondo il segretario romano del Pd Marco Miccoli che sottolinea come l&#8217;operazione avvenga &#8220;in un bilancio di lacrime e sangue, che contempla ad esempio la vendita del 21% di Acea per ricavare 200 mln di euro, per poi spenderne 11 per acquistare e donare un palazzo all&#8217;associazione fascista capitanata da Iannone&#8221;</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">&#8220;Il sindaco lancia da mesi l’allarme sulle casse comunali e sul rischio che non si riescano a pagare gli stipendi per i dipendenti, ma decide però di fare questi acquisti”. Ileana Argentin, deputato e delegata alle politiche sull&#8217;handicap del sindaco Veltroni (singolare che proprio lei non ricordi la genesi del provvedimento in questione).</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"><span style="font-size: small;">Personalmente, nel leggerle, la rabbia iniziale ha rapidamente lasciato il passo all&#8217;inquietudine per essere stato &#8220;amministrato&#8221; da questi personaggi che, c&#8217;è quasi da augurarsi, siano semplicemente in mala fede.</span></span></span></p>
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		<title>La riforma del lavoro che non esiste</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 13:57:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Burla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>

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		<description><![CDATA[In Italia la criminalità organizzata è stata sconfitta, la burocrazia funziona in maniera efficiente, la giustizia procede a ritmo, le infrastrutture necessarie sono tutte complete e operative, la pressione fiscale è finalmente ai livelli più bassi in Europa. Le imprese, in effetti, non investono a causa dell’articolo 18. Non è fantascienza: sono gli assunti dai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia la criminalità organizzata è stata sconfitta, la burocrazia funziona in maniera efficiente, la giustizia procede a ritmo, le infrastrutture necessarie sono tutte complete e operative, la pressione fiscale è finalmente ai livelli più bassi in Europa. Le imprese, in effetti, non investono a causa dell’articolo 18.</p>
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<p>Non è fantascienza: sono gli assunti dai quali è partita la tanto celebrata riforma del lavoro a firma Monti-Fornero. Una riforma che, tuttavia, con il Lavoro ha veramente poco a che fare. Quale lavoro, vien da chiedersi? Quello che continua a mancare, quello della disoccupazione che sta portando alla raffica di suicidi troppo cruenti per trovare spazio nelle pulite ed ottimiste pagine dei quotidiani.</p>
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<p>Fatto sta, la “riforma necessaria” ha inciso su qualche aliquota contributiva, sull’aumento della flessibilità in uscita e l’opzione data ai vari Marchione ed emuli di tutta Italia di licenziare per insindacabili motivi economici. Nessun riferimento ad un sistema duale e totalmente sbilanciato sulle politiche passive (quelle di sostegno al reddito più che di inserimento), alcun accenno operativo alla disoccupazione giovanile in costante crescita, nessuna ipotesi per superare l’ingessatura dei 15 dipendenti che rende lo Statuto dei Lavoratori ormai un relitto del passato e la cui difesa, riguardando esso meno del 50% dei lavoratori, diventa un’opzione di retroguardia.</p>
<p>Una riforma del Lavoro veramente storica avrebbe dovuto, semplicemente…occuparsi del Lavoro. Una riforma storica avrebbe affrontato l’argomento in tutti i suoi aspetti, dalla creazione di posti di lavoro alla deindustrializzazione in atto, dai metodi per affrontare la concorrenza sleale di chi può pagare i propri dipendenti meno di un dollaro l’ora fino a strategie per ridurre la pressione fiscale ed incentivare le imprese ad assumere. Nulla di tutto questo, al contrario il miliardo che serve per il finanziamento dei nuovi strumenti assistenzialisti viene di nuovo scaricato sulle imprese, che si ritrovano anche a dover sostenere un aumento ridicolo della percentuale contributiva sui contratti a termine, come se questo le invogliasse a ricorrere in più larga misura al tempo indeterminato. Una riforma storica avrebbe dovuto razionalizzare un quadro fatto di frammenti, includendo i lavoratori stessi in ottica partecipativa, dando forza di legge ai contratti collettivi attraverso l’istituto del riconoscimento giuridico dei sindacati &#8211; previsto dall’articolo 39 della costituzione ad oggi mai applicato. Ancora, nulla di tutto questo: la Fiat potrà continuare a non riconoscere gli accordi siglati e procedere con pugnalate alle spalle a quel diritto del Lavoro costruito negli anni trenta, consolidatosi con alterne fortune fino agli anni ottanta. E così procederanno tutte le Confindustrie varie che stanno seguendo l’esempio del Lingotto, decidendo presumibilmente di trasferire la produzione là dove è possibile imporre condizioni capestro e sfruttare l’assenza di qualsiasi tutela, magari anche grazie ai generosi fondi pubblici travestiti da finanziamenti all’esportazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le origini dell’ideologia fascista</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 15:36:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AVGVSTO</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», aprile 2012. Oramai esaurita e introvabile in libreria, è stata recentemente ristampata la seconda edizione (1996) di Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), opera tra le più importanti dell’insigne storico Emilio Gentile (Il Mulino, pp. 512, € 16). Si tratta di uno dei capisaldi della moderna storiografia sulla dottrina fascista, «catturata» [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», aprile 2012.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><br />
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<div style="text-align: justify;">Oramai esaurita e introvabile in libreria, è stata recentemente ristampata la seconda edizione (1996) di <a href="http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&amp;ISBNART=23338" target="_blank"><span style="color: #ff0000;"><em>Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925)</em></span></a>, opera tra le più importanti dell’insigne storico <strong>Emilio Gentile</strong> (Il Mulino, pp. 512, € 16). Si tratta di uno dei capisaldi della  moderna storiografia sulla dottrina fascista, «catturata» nel momento  della sua nascita e del suo evolversi sino alla svolta del 1925,  allorché il governo di Mussolini si fece regime e il pensiero fascista  entrò nella sua fase matura, ancorché tutt’altro che concluso e   cristallizzato, come si addice, del resto, a ogni moto spirituale e  culturale schiettamente rivoluzionario, il quale non è mai stasi, ma è  movimento, avanzata. Che non è mai contemplazione del passato e  appagamento nelle mete raggiunte, bensì sguardo audace e proiezione  entusiastica verso l’avvenire. Un avvenire che, com’è noto, è sempre  incerto e, quindi, sommamente e meravigliosamente intrigante. Un  pensiero, insomma, che fu creato dall’ardente fuoco di innovatori e di  avanguardisti, e non certo dalla mente fredda e calcolatrice del  borghese in vestaglia e pantofole, sempre timoroso del domani e,  pertanto, nemico di ogni vera e autentica rivoluzione.</div>
<div style="text-align: justify;"><span id="more-1065"></span> Il libro – arricchito rispetto alla prima edizione (1975) di un saggio  introduttivo intitolato «La modernità totalitaria» – è fondamentale  almeno per due motivi. Innanzitutto perché illustra con rigore ed  efficacia non comuni il fiume impetuoso degli ideali fascisti in tutti i  suoi rivoli e i suoi affluenti. In secondo luogo perché, al tempo della  sua prima pubblicazione, fu una delle prime opere che, sulla scia della  «rivoluzione storiografica» defeliciana, contribuirono a far giustizia  di tutte le viete e artificiose teorie sul fascismo sorte nel  dopoguerra, semplicistiche e ultra-ideologizzate: in particolare quella  marxista, che vedeva nel fascismo una rozza e brutale reazione al soldo  dell’alta borghesia industriale; e quella liberale, che interpretava il  «fenomeno fascista» come «male del secolo», scaturito dall’esperienza  disumanizzante della Grande Guerra, e di conseguenza come un imprevisto e  ingombrante ostacolo alle «magnifiche sorti e progressive» dell’umanità  borghese e neo/post-illuminista.</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>Gentile al contrario, destrutturando queste vecchie a fallaci  interpretazioni, ricostruisce il percorso aurorale dell’ideologia  fascista grazie al ricorso sapiente e antipregiudiziale alle fonti  primarie dell’epoca, analizzando le parole e gli scritti degli uomini e  degli intellettuali che, direttamente o indirettamente, contribuirono  all’edificazione della cultura fascista. A cominciare, ovviamente, da <strong>Benito Mussolini</strong>, ossia da quel Mussolini socialista che, venuto a contatto con l’opera di filosofi e pensatori quali <strong>Nietzsche</strong>, <strong>Stirner</strong>, <strong>Sorel</strong> e <strong>Pareto</strong>,  operò una revisione «idealistica» e perciò volontaristica del  socialismo, che rappresentò senz’altro il primo passo verso la sua  futura «presa di coscienza» fascista.</p>
<p>Tra le innumerevoli componenti culturali del fascismo, ritroviamo poi  quelle correnti ardentemente e causticamente rivoluzionarie che, oggi,  costituiscono la piattaforma esistenziale e mitica del fascismo del  terzo millennio. Mi riferisco, in particolare, alle origini  futur-ardite, fiumane, sindacaliste e squadriste del movimento  mussoliniano, latrici di uno stile di vita sostanziato di «avventura,  eroismo e spirito di sacrificio»: tutto ciò ben rappresenta, del resto,  l’essenza di quel «romanticismo fascista» descritto già all’inizio degli  anni Sessanta da <strong>Paul Sérant</strong>. Radici nobili e rivoluzionarie,  quindi, che le tartarughe frecciate di CasaPound – attraverso una  riappropriazione volontaristica dell’origine fascista, depurata dalle  scorie passatiste e conservatrici – hanno posto a pietra angolare della  loro azione politica avanguardistica.</p>
<p>Ma non potremmo neanche tacere le correnti attualiste, relativiste e scettiche del fascismo, incarnate dai loro capiscuola <strong>Giovanni Gentile</strong>, <strong>Adriano Tilgher</strong> e <strong>Giuseppe Rensi</strong>.  Maggiormente conosciuto il primo, è stato certamente un gran merito  dell’Autore aver riscoperto gli ultimi due. Tilgher, ad esempio,  immettendo il fascismo – con l’entusiastica adesione del Duce –  nell’alveo delle grandi correnti filosofiche relativistiche, sanciva la  distruzione, o quanto meno la messa al bando di ogni «metafisica»  tirannica e limitante, riconducendo pertanto il movimento delle camicie  nere al suo specifico volontarismo d’origine nietzscheana. Stesso  discorso vale per Rensi, esponente di punta dello scetticismo moderno  (ben diverso da quello «classico»), anche se talora il suo pensiero si  carica di tonalità eccessivamente naturalistiche e pessimistiche, le  quali però – a onor del vero – ben si sposavano con alcuni aspetti di  derivazione machiavelliana propri della mentalità di Mussolini.</p>
<p><a href="http://3.bp.blogspot.com/-po257Ho52E0/T3Li3y_H7cI/AAAAAAAABzg/4RmBGh__q1o/s1600/FORVM-palazzo-della-cultura-fascista3.jpg"></a>Ciò  che emerge, in sostanza, dalla ricognizione di Emilio Gentile nel  sostrato ideologico del fascismo, è la sua natura eminentemente <em>rivoluzionaria</em> e <em>moderna</em>. Ideologia anti-ideologica, alla quale riconosceva un ruolo puramente <em>strumentale</em>,  «il fascismo riassumeva nel mito dello Stato e nell’attivismo come  ideale di vita i caratteri essenziali della sua ideologia, che lo  distinsero dalle altre ideologie politiche del nostro tempo». Primato  della politica e dell’azione, mito della nazione e dello Stato, culto  della giovinezza e dell’eroismo, proiezione tragica e carica di destino  nell’avvenire più remoto: questi i fondamenti del fascismo che, tra  l’altro, sanciscono la sua <em>originalità</em> e <em>autonomia</em> rispetto a qualsiasi altra ideologia. A partire innanzitutto dal  nazionalismo borghese e ottocentesco, in barba a tutte le superate  speculazioni sulla «cattura ideologica» del fascismo da parte del  nazionalismo. Come evidenzia Emilio Gentile, infatti, «il fascismo  affermò l’idea della nazione come mito, mentre per i nazionalisti la  nazione era una <em>realtà naturale</em>, per i reazionari un principio  tradizionalista indipendente dalla volontà degli individui, un passato  che condiziona il presente e determina il futuro secondo percorsi  immutabili». Ovvero, per dirla con <strong>Henri Lemaître</strong>, la cultura  fascista «concepisce la nazione non essenzialmente come eredità di  valori, ma piuttosto come un divenire di potenza».</p>
<p>Divenire di potenza, prospettiva millenaria, primavera di bellezza.  Niente di più prossimo al trittico casapoundiano etica-epica-estetica,  recentemente tradotto da <strong>Scianca</strong> in volontà di potenza, volontà  di forma, volontà di destino. Come si può vedere, ripercorrere le  origini dell’ideologia fascista significa anche fare chiarezza su sé  stessi. Ma – e ciò è fondamentale – tale percorso non è assolutamente  quello del gambero. L’origine, cioè, non è mai alle nostre spalle, è  sempre <em>a venire</em>. La rivoluzione, in altri termini, riguarda sia  il passato che il futuro. La rivoluzione è ovunque e in ogni momento, è  sempre in atto.</p>
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<div style="text-align: justify;"><em><a href="http://augustomovimento.blogspot.it/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">http://augustomovimento.blogspot.it/</span></a></em></div>
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		<title>Nossignore</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Mar 2012 18:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Scianca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Narrano i biografi che una volta, negli anni &#8217;40, una anziana di Rapallo offrì ai Pound tre uova per la cena di Natale. Ezra si infuriò: l&#8217;Italia stava combattendo, non si doveva incoraggiare il mercato nero. E nel 1942, a Roma, il poeta rifiutò sdegnato un bicchiere di champagne offerto da una coppia che lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Narrano i biografi che una volta, negli anni &#8217;40, una anziana di Rapallo offrì ai Pound tre uova per la cena di Natale. Ezra si infuriò: l&#8217;Italia stava combattendo, non si doveva incoraggiare il mercato nero. E nel 1942, a Roma, il poeta rifiutò sdegnato un bicchiere di champagne offerto da una coppia che lo aveva invitato a cena. Se ne andò irato, sbraitando che non era tempo di frivolezze. Ecco, paragonare questa scena a quella del sindaco Emiliano che riceve per Natale quattro spigoloni, venti scampi, ostriche imperiali, cinquanta noci bianche, otto astici, cinquanta cozze pelose, due chili di allievi locali di Molfetta ed è costretto a mettere tanto ben di Dio nella vasca da bagno significa segnare uno spartiacque tra due mondi.</p>
<p><span id="more-1060"></span></p>
<p>Accostare la frugalità patriottica e “confuciana” di Ezra al senatore Lusi che al ristorante si fa pesare il caviale con il bilancino, spendendo 180 euro a portata di soldi, alla fin fin fine, nostri, significa tracciare un solco fra la civiltà e l&#8217;anticiviltà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;attuale classe dirigente, ormai è chiaro, è composta da signorotti medievali che come tali si comportano, pretendendo regalie, sottomissioni, umiliazioni, ostentando ricchezza con una volgarità e un disprezzo dell&#8217;altro che al confronto il Tony Montana di <em>Scarface</em> sembra un mite esponente della industriosa borghesia calvinista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È una regressione totale al Medioevo. O, meglio, per non offendere l&#8217;epoca di Dante e Federico II: si tratta dell&#8217;incarnazione fattuale di quello stereotipo medievale canzonato dagli illuministi. Ne hanno fatto un fantasma del passato da esorcizzare, ce lo ritroviamo come realtà nel presente. Ci siamo vantati di essere cittadini, ridendo delle epoche passate in cui si viveva e si moriva a seconda dell&#8217;arbitrio di caste arroganti, e invece mai come oggi siamo sudditi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per l&#8217;Italia, questa è una regressione totale al prefascismo, veicolata dall&#8217;antifascismo. Siamo tornati il Belpaese delle spiagge e dei musei, dove la politica sia interna che estera va sotto il segno del servile. Siamo servi agli occhi del mondo così come siamo servi per i piccoli satrapi locali che pretendono la nostra umiliazione quotidiana. Che si tratti di beghe di quartiere o di grandi questioni geopolitiche, poco cambia: chi è servo non sa concepire che la servitù e degrada tutto al suo livello. E così l&#8217;Italia torna all&#8217;epoca in cui per farti visitare dal dottore dovevi portargli una caciotta a casa, all&#8217;epoca in cui lo Stato era affare di pochi e le masse erano costrette a sviluppare contro di esso il proverbiale cinismo e la famigerata furbizia che hanno reso tristemente celebre nel mondo l&#8217;italietta. Il fascismo nazionalizzò le masse, portando a compimento il Risorgimento, riprendendone lo slancio e rimarginando anche le ferite che aveva provocato. I “democratici” di oggi le hanno ricacciate, le masse, nell&#8217;abisso oscuro dell&#8217;alienazione, della dis-integrazione dell&#8217;assenza di mobilitazione e partecipazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Io non ho signore, io ho una nazione!</p>
<p>Io non ho padrone, io ho una nazione!”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8230;canta Sottofasciasemplice in “Nossignore”. Forse è per questo che lo odiano: perché ambiscono a essere signori senza nazioni, padroni senza Stato.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La nuova politica e la nazionalizzazione delle masse</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 11:22:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>AVGVSTO</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», marzo 2012. «Pochi libri – forse nessuno tra quelli pubblicati in questi ultimi anni – hanno tanta potenza suggestiva e sono così ricchi di vera cultura e di stimoli intellettuali e di suggerimenti metodologici e tematici come questo di George L. Mosse. Fare in questo campo riferimenti, confronti, è sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">L’articolo sarà pubblicato in «Occidentale», marzo 2012. </span></p>
<p style="text-align: justify;">«Pochi libri – forse nessuno tra quelli pubblicati in questi ultimi anni  – hanno tanta potenza suggestiva e sono così ricchi di vera cultura e  di stimoli intellettuali e di suggerimenti metodologici e tematici come  questo di <strong>George L. Mosse</strong>. Fare in questo campo riferimenti,  confronti, è sempre difficile. Eppure, se un riferimento, un confronto è  possibile, i nomi, i titoli che vengono in mente sono due: quello di  Johan Huizinga con il suo <em>Autunno del Medioevo</em> e quello di Marc Bloch con il suo <em>I re taumaturghi</em>». Così si esprimeva, con toni elogiativi, <strong>Renzo De Felice</strong> presentando al pubblico italiano nel 1975 l’opera di Mosse <a href="http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&amp;ISBNART=13124" target="_blank"><em>La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933)</em></a>, recentemente ristampata dalla casa editrice Il Mulino (pp. 312; € 12).</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1053"></span>Il  lavoro di Mosse, in effetti, è di una importanza fondamentale nella  storia degli studi sulle rivoluzioni nazionali del primo Novecento.  Intanto perché mostra, in tutta la sua chiarezza, l’intrinseca <em>modernità</em> del cosiddetto «fenomeno fascista» (a cui noi preferiamo dare, in accordo con <strong>Giorgio Locchi</strong>,  la definizione di «tendenza sovrumanista»), il quale dunque si  distingueva nettamente da ogni altro movimento conservatore o  reazionario sin lì presente sulla scena politica. In secondo luogo  perché esso illustra a dovere il vasto e trasversale consenso che il  nuovo <em>stile politico</em> riuscì a catalizzare e poi a incanalare nel  suo progetto d’ampio respiro, denunciando così la patente debolezza di  ogni speculazione semplicistica e interessata su termini quali  «terrore», «propaganda» e «demagogia» applicati alla prassi politica dei  governi nazional-rivoluzionari tra le due guerre. Da tutto ciò, tra  l’altro, consegue la rivalutazione dell’immaginario mitico e simbolico  che permeò la <em>nuova politica</em> «fascista», il quale non è più  visto, pertanto, come mero gusto per la teatralità o – peggio – come  mezzo di assoggettamento delle masse, ma piuttosto come «linguaggio»  privilegiato per rendere effettiva e tangibile l’unità morale e  spirituale della nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Procediamo però con una premessa terminologica. Quando Mosse parla di  «nuova politica», egli intende, sostanzialmente, quell’innovativo «stile  politico» sorto con la Rivoluzione francese, il quale si sviluppò  grazie alla prepotente irruzione delle masse nella storia, della quale  esse si presentavano ora come protagoniste. Si tratta, più in  particolare, della dirompente ascesa di quella che <strong>Jean-Jacques Rousseau</strong> definì la «volontà generale», che – in un mondo in cui «Dio è morto» – condusse a poco a poco alla creazione di una <em>religione laica</em> e <em>secolare</em>,  e alla nascita di un «culto del popolo per se stesso». Mosse, dunque,  analizza l’evoluzione della nuova politica nella Germania ottocentesca  per giungere sino al nazionalsocialismo, tracciando determinatamente lo  sviluppo di quella ch’egli definisce la «nazionalizzazione delle masse»,  ossia il progressivo sorgere della mistica nazionale e comunitaria  attraverso cui il popolo tedesco creò quella <em>liturgia politica</em> che doveva cementare e inverare la sua unità spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;">Di qui l’importanza decisiva del ruolo svolto dai comitati patriottici,  dalle confraternite studentesche, dalle associazioni ginniche e corali,  dagli architetti neoclassici che – a partire dalle guerre  anti-napoleoniche che risvegliarono l’orgoglio germanico – parteciparono  attivamente al sostegno di questa euforia nazionalistica e che  decisamente concorsero – attraverso i monumenti nazionali, le feste, le  cerimonie, ecc. – alla creazione di una tradizione in cui poi si inserì  il nazionalsocialismo nel periodo postbellico, allorché la fierezza dei  tedeschi era stata messa a dura prova dalla sconfitta nella Grande  Guerra e poi sostanzialmente calpestata dalla classe dirigente di  Weimar.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la pubblicazione del libro, un problema che subito venne posto  riguardava la possibilità di applicare i concetti di «nuova politica» e  di «nazionalizzazione delle masse» anche all’Italia fascista. De Felice,  sia nell’introduzione all’opera mossiana che nella sua celebre <a href="http://www.ibs.it/code/9788842053712/de-felice-renzo/intervista-sul-fascismo.html" target="_blank"><em>Intervista sul fascismo</em></a>,  si affrettò a fornire una risposta negativa, rimarcando anzi  eccessivamente la distanza tra fascismo e nazionalsocialismo (arrivando  addirittura a parlare di «antitesi») e proponendo la non convincente  distinzione tra «totalitarismo di destra» (nazionalsocialismo tedesco) e  «totalitarismo di sinistra» (fascismo italiano). Nonostante ciò, fu un  allievo dello stesso De Felice a dimostrare l’aderenza del movimento  mussoliniano alle pratiche della nuova politica. Mi riferisco,  ovviamente, a <strong>Emilio Gentile</strong> che, nel 1993 e dopo alcuni lavori preparatòri, licenziò la pubblicazione de <a href="http://www.ibs.it/code/9788842063230/gentile-emilio/culto-del-littorio.html" target="_blank"><em>Il culto del littorio</em></a>, in cui venivano analizzati i simboli, i miti, la liturgia e i riti della religione laica fondata dal fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là dell’usuale condanna della nuova politica da parte dei gendarmi  del pensiero egualitario, rimane tuttavia un assillante quesito a  turbare il sonno degli epigoni di Locke e Montesquieu. Assistendo cioè  al fallimento sostanziale (lasciamo perdere i circhi mediatici  confezionati ad arte) delle democrazie occidentali nella mobilitazione  delle masse e nella loro attiva partecipazione alla vita civile, e nel  momento in cui torna in voga l’antipolitica, è possibile riconquistare  le masse alla politica? Le rivoluzioni nazionali del Novecento hanno  dimostrato che ciò è fattibile, in particolare grazie all’eliminazione  di tutti i vari diaframmi che si frappongono tra il popolo e la classe  dirigente (partiti, lobbies, parlamenti, ecc.) e stabilendo, pertanto,  un più diretto contatto tra governanti e governati. E in ciò riuscirono,  soprattutto, ricorrendo all’energia feconda e verace del <em>mito</em>,  sfruttando tutta la potenza del linguaggio figurale e simbolico che  faceva vibrare all’unisono le anime di tutto un popolo, e rifuggendo  quindi dall’algida verbosità discorsiva e razionalistica dei politicanti  e degli intellettuali «impegnati».</p>
<p style="text-align: justify;">È dunque possibile, in definitiva, realizzare l’unica vera e autentica  «democrazia» nell’èra postmoderna? È oggi possibile realizzare, in altri  termini, quella democrazia che <strong>Moeller van den Bruck</strong> definiva  giustamente «la partecipazione di un popolo al proprio destino»? Come si  può vedere, nonostante settant’anni di ubriacatura egualitaria e  demo-liberale, il problema della partecipazione delle masse alla  politica e dell’autocoscienza civile dei popoli è ancora aperto. È  ancora, malgrado tutto, la grande sfida del nostro tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://augustomovimento.blogspot.com/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;"><em>http://augustomovimento.blogspot.com/</em></span></a></p>
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		<title>Senza opere di Bene</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 11:53:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pietrangelo Buttafuoco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arti]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[Se tornasse in vita rinnegherebbe la provocazione, finita nelle mani di un Celentano o di Cattelan. E in questa acclamata estetica di dita nel naso, se tornasse da noi – Carmelo Bene, il genio, morto dieci anni fa – farebbe del capolavoro di sé un’assenza silenziosa e discreta. Indosserebbe giacca e cravatta al modo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se tornasse in vita rinnegherebbe la provocazione, finita nelle mani  di un Celentano o di Cattelan. E in questa acclamata estetica di dita  nel naso, se tornasse da noi – Carmelo Bene, il genio, morto dieci anni  fa – farebbe del capolavoro di sé un’assenza silenziosa e discreta.  Indosserebbe giacca e cravatta al modo di Ernesto Calindri, e, anziché  scolarsi bocce intere di Veuve Clicquot in compagnia di Pierre  Klossowski, sorseggerebbe appena un goccio di Cynar, fosse anche per  digerire la lattuga. O le battute di Elio e le Storie Tese.<span id="more-1050"></span></p>
<p>Se tornasse in vita, lui che fu non-vita – lui che fu un attore per  diventare un classico, guerriero-rumorista preso per pazzo da tutti –  sarebbe impeccabile con gli anacoluti della sua scrittura scenica.  L’evento, adesso, è la narrazione pedagogica o, peggio che mai, civile,  come quella di Marco Paolini o di Ascanio Celestini; e Bene, tornando in  vita, farebbe della propria poesia (perché fu anche poeta) un ornato di  cristallo, non certo quei giornali-parlati o, peggio che mai,  cine-giornali.</p>
<p>E siccome il vero scandalo della biografia di Carmelo Bene è il suo  talento, l’arte sua perfetta, se tornasse in vita lui, che è il termine  di paragone — anche da spettatore, anche silente — farebbe sgattaiolare  nella buca dell’afasia perfino un Benigni. Ci vuole altro, infatti, che  cavare il naso a Pinocchio e latrare su Dante. E tutta quella coprolalia  del corpo sciolto, tutta la cacca nel suonar del «sì» toscano, serve a  Benigni — straordinario professionista dell’italianitudine — a  teneremansueto il pubblico di Rai1, non certo a fare, finalmente, pipì  dal palcoscenico. Carmelo Bene, l’ultimo dei maledetti, si sbottonò  davvero: irrorò i critici e li battezzò «penne intinte nei buchi  emorroidali» (erano gli stessi che oggi umettano di bacetti le terga al  pensiero unico del birignao). E se tornasse in vita, Carmelo Bene, che  fu ragazzo di paese formatosi al liceo, troverebbe adatta al proprio  oblio la cerimoniosità formale del Segnale Orario o la televendita degli  adesivi per dentiera, non certo cresimarsi col Tempo che fa, con Fabio  Fazio.</p>
<p>Ci vuole ben altro per diventare (ed essere stati) Bene. Oggi non c’è  Bene, ed è un bene per tutti non averlo tra i piedi. Tutti i nani si  mostrano giganti in forza dell’ombra, e nel pozzo del maledettismo —  viva sorgente di ogni genio — oggi si pescano i Vasco Rossi e, peggio  che mai, i Morgan. Se tornasse in vita, Bene — che fu gioco e scherzo al  contempo, tragedia e crescendo rossiniano — farebbe coppia con Claudio  Bisio, però recitando Daniel Pennac, non Stefano Benni.</p>
<p>Se tornasse in vita saprebbe come duettare con Fiorello, come già  fece con Corrado, a «Domenica in» perché se tornasse starebbe in  famiglia, con l’albero di Natale, emetterebbe le pattine e mai starebbe  scalzo come Folco Terzani, già eroe delle «Invasioni barbariche»,  documentarista cui poté il ridicolo più che il pathos. E il guaio vero  di questi dieci anni senza Carmelo Bene — l’unico pezzo d’Italia  all’estero — è che la fantasia e la sete di saggezza siano tutte risolte  nella stravaganza cenciosa degli ottimati foderati con le t-shirt di  Emergency.</p>
<p>Tornando in vita, lui che «riempiva gli stadi, ora che si svuotano i  teatri», per dirla con Giancarlo Dotto (che di Bene fu biografo e  compagno d’arte, oggi autore di <em>Elogio di Carmelo Bene</em>, Pironti  editore), se ne starebbe in claustrale estasi di ogni Rosa Mistica. E  figurarsi quanto potrebbe restare di «dibattito» se in Italia, oggi —  oggi che non c’è Bene — su unmodesto allestimento come <em>Sul concetto di volto nel figlio di Dio</em> vi piove l’acqua benedetta, come se in quel palcoscenico ci fosse  davvero eresia e non, invece, il «dove sei?» del ciripiripì laicista.</p>
<p>Non c’è Bene, che sosteneva «laico è laido». E non c’è, infatti,  paragone se oggi, nel fuori scena sono i ragli a-teologici a sovrastare  l’insignificanza del peccato, neppure le bestemmie. Per ogni Castellucci  a uso di cristianucci c’è — diocenescampi — un Vito Mancuso di  complemento. Non c’è Bene e, appunto, mancano le «Sovrapposizioni» di  Gilles Deleuze. Non c’è Bene ed è venuta meno la grandezza. È venuto  meno quel complicato minimo d’amore che è il degenere.</p>
<p>Se tornasse in vita se ne starebbe a far viaggi all’estero, e non  solo perché ieri c’era la Francia a inginocchiarsi di fronte al tuono  della sua voce, la Voce di Narciso, ma per andar via dall’Italietta,  fetta di scarto di un provincialismo tutto a modino, l’Italia che non è  più villaggio di prefetture e cattedrali, dove si sapeva piangere dal  ridere e far fioretti a San Tommaso. E poi perdersi. Come capitava a  lui, da bambino, mano nella mano con la sorella Maria Luisa, quando si  perdevano per essere ritrovati fermi a contemplare il fuoco di un  fornaio. Come se quella vampa fosse un farfugliare d’agonia cui prendere  in prestito il rosso vivo, e far belle le gote.</p>
<p>Se Carmelo Bene tornasse in vita, si ritirerebbe in Russia, dove già  da ragazzo vi macinava tournée, e fu proprio a causa di quei suoi  successi che non poté presenziare — lui, figlio così devoto — alla festa  delle nozze d’argento dei genitori. Comprò un’infinità di fiori e fece  adornare le strade del paese, Campi Salentina, per poi manifestarsi con  un biglietto: «Solo fiori, niente opere di Bene. Il vostro Carmelo».</p>
<p>E il Carmelo più che mai nostro, il nostro monte invalicabile, fu e  resta il trono di Nostra Signora dei Turchi e se tornasse, lui che era  «apparso alla Madonna», oggi alla Regina dei Cieli darebbe il braccio,  muovendosi sui suoi passi per uscire dal proprio cammino e volerla per  sempre «dipinta lassù». Altro che concetto di volto, e scusate se è poco  tutto quel ludibrio dell’arte dissipato in sottrazione, tanto più che  Bene, esangue, non fa che ritornare, dando fuoco ogni volta che fa  capolino. Come quando CasaPound, la domus dei cattivi usciti da tutti i  cammini, l’ha proclamato vincitore di una dedica postuma (CasaBene, «per  non dimenticarlo»), e ne è venuto fuori un frettoloso esorcismo  conformista, affidato a una sola pernacchia. Perché è vero che Carmelo  Bene, al Costanzo Show, alla precisa domanda: «Maestro, lei è fascista?»  rispose con una pernacchia, ma è anche vero che subito dopo aggiunse:  «Nazista, piuttosto». Aveva imparato musica e arte da bambino,  ascoltando nelle sue Puglie i soldati tedeschi cantare: «Sono diavolima  cantano come angeli». Della prossimità col demonio fece volontà e  rappresentazione. E guizzo da guitto. Come quando, nel 1983, arrivando a  Catania, all’aeroporto venne accolto dalle telecamere dei Tg locali per  via del furto del tir che trasportava la strumentazione per lo  spettacolo (un sublime uno-due Hölderlin-Leopardi, dal titolo «…mi  presero gli occhi»). I giornalisti lo seguivano, lui era come una belva  quando infine, nel guizzo, afferrò con le mani l’occhio di una  telecamera e — col tono di chi parla al diavolo — disse: «Nitto, fammi  ritrovare il tir».</p>
<p>E quel Nitto era Santapaola, il capomafia, che non sapeva nulla di  Bene, eppure il tir venne fatto ritrovare, forse al prezzo di qualche  omaggio; solo che i malcapitati picciotti, seduti in sala, non sapevano  di tutto quell’irredimibile, e al chiudersi del sipario sul sussurro «…e  mi presero gli occhi!», si alzarono e dissero agli spettatori: «…e vi  fotterono cinquantamila lire!».</p>
<p>Se tornasse in vita, Carmelo Bene, se ne resterebbe a contemplare il  fuoco. Quello del fornaio. Per darsi un poco di rosso alle gote.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>http://lettura.corriere.it/senza-opere-di-bene</p>
<p>Pubblicato per gentile concessione dell&#8217;autore</p>
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