Anno nuovo- Difesa vecchia, anzi decisamente decrepita.
E cosi mentre i tagli alla Sanità vanno ad aggravare le condizioni dei cittadini bisognosi, la bassa macelleria che costantemente viene applicata al settore difesa rischia veramente di darle il colpo di grazia. E qui non stiamo parlando di discorsi di autodeterminazione, di accrescimento di indipendenza e sovranità nazionale, ne tantomeno di ritorno alla leva obbligatoria o l’applicazione di modelli diversi, come ad esempio quello svizzero ( non siamo cosi follemente ottimisti), qui parliamo di sopravvivenza e di sostenibilità.
Decenni di cecità politica e di totale assenza di riforme e ristrutturazioni hanno creato uno scenario davvero desolante che creerà non pochi problemi all’Ammiraglio Giampaolo di Paola, neo Ministro della Difesa del governo Monti, alla quale vogliamo accordare il merito di essere il primo ministro della Difesa graduato della Repubblica. Basti pensare che l’unica vera discutibile riforma è stato il passaggio al reclutamento professionista sancito dalla legge 331/2000 ed entrata in vigore nel 2001 che risale quindi a 10 anni fa e che ancora oggi è presente con il famoso “Modello 190000” palesemente insostenibile allora ed a maggior ragione oggi. Modello per altro mai raggiunto pienamente e la spasmodica corsa al suo raggiungimento fa si che il costo del personale, nella previsione del bilancio 2012, rappresenta il 70% degli oneri che, numeri alla mano, significa 9556 milioni sul totale di 13547 previsti per la il settore. Considerando che i costi di manutenzione ed esercizio sono stati già sminuzzati anno dopo anno, comporterà sicuramente l’applicazione della mannaia sugli investimenti che colpiranno di conseguenza non solo la difesa ma anche l’industria.
Ovviamente non dobbiamo dimenticarci che l’Italia è il fanalino di coda (tanto per cambiare) fra i principali partner europei in termini di fondi destinati alla difesa, con un misero 0.9% del PIL, rispetto alla Gran Bretagna ( 2.1%PIL), Francia (1.5%PIL) e Germania1.22%PIL) nel 2011. In termini di spesa pro capite, un cittadino inglese ha speso il 256% in più di quello italiano per la difesa, con buona pace di chi si chiede come mai non riusciamo a competere a livello internazionale.
Tempi di magra dunque con un residuo destinato all’investimento di soli 2.5 miliardi di euro rispetto ai 3.45 dell’anno precedente. Grazie al contributo del Ministero per lo Sviluppo Economico (soggetto anche lui a diversi tagli) alcuni programmi risultano coperti come l’Eurofighter o il programma FREMM ( Fregate Europee multi-Missione) ma, secondo le previsioni di Finmeccanica, la somma dei contributi dei due ministeri sarà solo di 3.8 miliardi rispetto ai quasi 5 del 2010 e per il futuro occorrerà vedere gli sviluppi della precaria situazione europea. Anche i programmi internazionali non danno io frutti sperati. Il ridimensionamento del programma F35 e la relativa preoccupazione dei alcune forze aeree come la RAF per allungare la vita operativa dei loro Harrier ne è l’esempio migliore.
Le possibilità non sono molte, il tempo poco e le soluzioni sono tutt’altro che indolori. Non mi stancherò mai di ripetere che l’Industria della Difesa è un patrimonio indispensabile per la Nazione, fucina di innovazione tecnologica e di sviluppo economico che fornisce (e potrebbe fornirne molti di più) preziosissimi posti di lavoro soprattutto in questo periodo di disoccupazione dilagante.
Parlare in maniera prettamente qualunquista di ritiri, di diminuzione degli investimenti o peggio lasciarsi trascinare in deliri pseudo pacifisti è sciocco oltre che estremamente poco lungimirante se si pensa al potenziale industriale ed occupazionale che verrebbe (e viene) inevitabilmente danneggiato.
Occorre dunque attivarsi immediatamente per favorire gli investimenti e lo sviluppo industriale e lavorare sulla riforma del sistema difesa è certamente il modo migliore sfruttare i pochi fondi a disposizione. Sicuramente andrebbe rivisto il “Modello 190000” intervenendo soprattutto sulla scala gerarchica che, come giustamente afferma Andrea Nativi in un suo articolo sulla Rivista Italiana Difesa, a causa di una proliferazione di graduati si è trasformata da piramide a parallelepipedo. Inoltre, se si pensa che in Italia la proporzione fra personale in uniforme e personale civile è nettamente inferiore, sembrerebbe essere possibile un alleggerimento che non implichi la perdita del lavoro per il personale in eccesso, ma un suo semplice trasferimento.
Ovviamente in politica estera, con le missioni internazionali, le cose non vanno certamente meglio. Una seria politica mediterranea viene puntualmente trascurata in favore di posizioni ultra atlantiste che sicuramente non giovano al Paese. Trascurando quel ruolo di “controllore del mediterraneo” che dovrebbe esser nostro anche solo per diritto geografico ma che è ben distante dall’attuale situazione, mentre siamo impegnati a fare gli intransigenti con Damasco richiamando il nostro ambasciatore in Iran, incassiamo puntualmente magre figure facendoci prendere per i fondelli da qualche pirata somalo incapaci anche di difendere i nostri trasporti marittimi. Il tutto mentre gli Stati Uniti rafforzano la loro presenza sul mediterraneo ed i russi invano una squadra di navi da guerra in acque siriane. Ovviamente non si parla di ritiri da tutte quelle discutibili missioni intraprese nel corso degli anni: nonostante una riduzione del personale presto l’Italia tornerà alla guida di UNIFIL II in Libano mentre un il ritiro dall’Afghanistan è prettamente vincolato al “rompete le righe” americano e sicuramente non compensato dai ridimensionamenti del contingente in Kosovo. Per quanto riguarda la Libia, terminata la campagna UNIFIED PROTECTOR sarebbe veramente stupido ritirarsi ora che si prospetta l’enorme business della ricostruzione infrastrutturale ma soprattutto dell’apparato militare completamente distrutto. Inutile prendersi in giro, la guerra produce anche opportunità di sviluppo e perdere questa occasione in una guerra a cui, a mio avviso, non avremmo dovuto assolutamente partecipare sarebbe veramente un atteggiamento masochistico a cui purtroppo siamo però abituati.
La situazione è fin troppo chiara ed impone una netta presa di posizione: occorre fare scelte concrete, anche impopolari, che non sono più rimandabili e gli unici parametri da tenere in considerazione sono gli interessi della Difesa e gli interessi nazionali. Stop!
