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Aerospaziale e università: sogno irrealizzabile o integrazione possibile? - di Andrea Casagrande PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Casagrande   

Per un attento lettore dell’Ideodromo potrebbe essere quasi lapalissiano, ma è ormai risaputo che il settore aerospaziale è uno dei settori tecnologicamente più avanzati e trainanti esistente a livello planetario.

Se nel nostro articolo precedente abbiamo decantato lodi e pregi di tale settore non bisogna tuttavia commettere l'errore di considerarlo un settore di “elite” che non abbia ripercussioni, se non marginali, sulla vita di tutti i giorni. Ad esempio tutti noi usiamo abitualmente bus o auto per spostarci senza sapere che essi derivano principalmente proprio da tale settore. Possiamo anche pensare ad una comune automobile, in caso di frenata oggi abbiamo l'ABS che contrasta il bloccaggio delle ruote. Ma l'ABS non è altro che un dispositivo derivato dal cosiddetto ”antiskid”, un sistema sviluppato sugli aeromobili oltre 50 anni fa per impedire lo slittamento del carrello. Ovviamente si potrebbero citare moltissimi esempi analoghi.

Questa premessa, che può sembrare fuori luogo rispetto al titolo dell'articolo, ha invece un profondo significato se si pensa che, per avere nuove tecnologie che abbiano un impatto negli “asset” nazionali, europei o anche globali, occorre investire in ricerca e sviluppo soprattutto nei settori strategicamente trainanti.

Certamente lo Stato dovrebbe essere in prima linea su questo fronte, ma anche soggetti privati ed in particolare aziende operanti in campi ad alto contenuto tecnologico e conoscitivo dovrebbero giocare un ruolo da protagonista.

A questo punto occorre sfatare un’altro mito presente nell’immaginario comune: investire nel settore ”Research & Developments” non vuole dire acquistare macchinari e strumenti all'avanguardia o dei super-computer, o per meglio dire non solo. Investire nella ricerca significa investire nelle persone, nelle menti che fanno ricerca e producono innovazione. Perchè è da questi frementi ammassi di neuroni presenti nelle teste di molti italiani che nasce la vera ricerca scientifica!

Ovviamente, senza una corretta formazione questo immenso patrimonio non può fruttare ed qui che entrano in gioco le università. In una visione lungimirante e proiettata verso il progresso Nazionale, Europeo e Globale, chi vuole fare ricerca dovrebbe avere modo di iniziare a farlo già all'interno dell'università stessa. Nei primi anni, giustamente, uno studente in materie tecnologiche deve ricevere un insieme di nozioni e, soprattutto, deve imparare un “modus operandi” che gli consenta di affrontare una serie di problemi. Per raggiungere tale obiettivo occorre certamente studiare sui libri e fare esercitazioni in laboratorio, ma l'università non può certamente limitarsi a questo. Attualmente, purtroppo, l’univeristà italiana si ferma esattamente in questo punto. Seppur vero che esistono stages e piccole possibilità di interfaccia con il mondo del lavoro, queste non sono praticamente mai retribuiti e spesso portano lo studente a fare lavori di routine a scarsissimo carattere formativo. Qualche tempo fa una luce di speranza fu accesa dalle Junior Enterprise ossia quelle associazioni non profit, gestite interamente da studenti universitari, con lo scopo di diminuire il divario esistente tra la preparazione teorica e la pratica nel mondo del lavoro. Gli studenti coinvolti in una Junior Enterprise, per raggiungere questo obiettivo, svolgono progetti di consulenza e supporto alle aziende o enti territoriali, applicando il metodo di apprendimento del learning by doing. Purtroppo però questo tipo di “interfaccia” commercializzato è sconosciuto e probabilmente non accessibile ai più e quindi non consente l’eliminazione del problema se non su un piano individuale. Anche gli eventi organizzati, come ad esempio le giornate di conoscenza fra studenti ed università, dove gli studenti possono interfacciarsi con le aziende rappresentate nei vari stand,si trasformano da grossa possibilità a cocente delusione all’atto pratico. In fondo che utilità può avere un colloquio che, nella maggior parte dei casi, si riassume nella frase: “può inviare il suo curriculum al nostro indirizzo e-mail”?

La domanda che a questo punto sorge spontanea è: ma è possibile sprecare spesso tutte queste capacità? Ovviamente tutto questo sembra impossibile ma la realtà dimostra tristemente come le aziende oramai non investano più capitali sensibili nella ricerca. Tutto il personale viene impiegato per attività che hanno un riscontro immediato ed un ricavo utile a breve termine, ma così facendo sia il futuro del personale che delle aziende viene fortemente limitato.

Ma allora perchè le aziende non posso investire dei fondi per finanziare gli studenti più capaci onde aprire nuove porte di accesso e consentire agli studenti di fare ricerca a cavallo tra università e azienda stessa? Questo è purtroppo un quesito difficile da “risolvere”, certamente i soldi destinati a tale scopo non devono finire in mano ai soliti baronati interni alle università o enti di ricerca, ma devono fruire in un circuito di fondi destinato di chi sta cercando di assicurarsi ed assicurarci un futuro.

Agendo secondo tale principio, l'azienda non sarebbe più costretta a dotarsi di una pesante infrastruttura apposita per la ricerca, ma potrebbe semplicemente mettere a disposizione alcuni mezzi per dare la possibilità alle menti più meritevoli di potere esprimere il loro potenziale già all'interno dell'università. Logicamente eventuali innovazioni tecnologiche scoperte saranno poi a disposizione dell'azienda che ha finanziato la ricerca, che potrà così avere il giusto riscontro sotto forma di risultato economico.

Attualmente esistono collaborazioni che hanno una procedura similare a quanto appena descritto, ma questo dovrebbe essere uno standard e non un’oasi nel deserto.

Tutto questo non rappresenta soltanto un modo per motivare e premiare i giovani meritevoli, attuando un sistema meritocratico purtroppo dimenticato, ma anche una via per migliorare la qualità dell'insegnamento universitario, che purtroppo sta sempre diminuendo anche per il prosciugarsi dei fondi, incrementando notevolmente la quantità e la qualità dei progetti di ricerca che perpermetterebbero la crescita del Paese, sotto tutti i punti di vista.